Blog

Friday, September 21, 2018  15:33 PM

Gino Pica

Nato ad Ascoli Piceno, Gino Pica è titolare di un’impresa che gestisce da quasi quaranta anni. Lo incontro a São Paulo il 06 marzo 2006.

Quando arrivò in Brasile?

Nel ’69, con Britannia.

Solo?

Sì, ero solo ma il Brasile non era completamente nuovo per me, nel senso che mio fratello era venuto qui nel 1954 o nel 1955, non ricordo bene. Lavorò in una fazenda vicino rio, a Pedrinhas, in un progetto di bonifica della terra. Era autista e guidava un’autobotte.

Nelle terre non c’era l’acqua.

Quanti anni aveva?

Ventidue.

Perché decise di partire?

Ero stato dispensato dal servizio militare, ma avvisato di mantenermi pronto per una prossima chiamata. Si parlava al tempo di una guerra in Corea.

Allora ho pensato:“Sarà meglio andare due anni in Brasile o in guerra? E partii.

Dopo qualche mese fui contattato dall’agenzia Brunozzi di Ascoli Piceno: voleva che dichiarassi che non avevo comprato il biglietto di viaggio presso di loro, ma direttamente dal Britannia. Avevano avuto dei guai a seguito della mia partenza; avevano dovuto chiudere l’agenzia e solo con quel mio intervento avrebbero potuta riaprirla.Così mi dissero. Feci quanto mi chiedevano. Scrissero che sarei potuto rientrare in Italia a trentun anni compiuti, o anche prima, purché coniugato e con due figli a carico, solo così sarei stato congedato ed in regola con lo Stato italiano.

Dove trovò lavoro? Fu facile?

Trovai lavoro subito come autista per la Fabbrica Nazionale Motori (F.N.M). I loro camion erano enormi, venivano chiamati joão bobo,i pezzi venivano forniti dall’Alfa Romeo ma venivano montati qui. Caricavano qualsiasi cosa.

Che ricordi ha di quel tempo?

Anch’io ho lavorato per far nascere Brasilia.

Per costruire la capitale?

Si, facevo la spola tra São Paulo e Brasilia, di continuo.

Le strade non erano asfaltate, vero?

Lo erano fino a Porta Ferreira, a duecento chilometri da São Paulo; per il resto (circa ottocento chilometri) erano in terra battuta.

Che trasportava?

Catrame e benzina.Tutto doveva essere trasportato a Brasilia per la costruzione della città:legno, cemento, mattoni….

Che si diceva di quel progetto all’epoca?

Che dava lavoro a tanta gente, italiani in particolar modo. Il grande trasporto di materiali verso Brasilia lo hanno fatto gli italiani, questo va ricordato.

Ora, dopo tanti anni,penso che Brasilia abbia dato un impulso grande al Paese, una grande apertura mentale e grandi opportunità per chi non ne aveva mai avute.

Dove alloggiava quando arrivava là?

Nelle città bandeirantes (ora chiamate satelliti).Noi camionisti dormivamo nei camion, non potevamo lasciarli mai. Mangiavamo in un ristorante: si chiamava Adele, e la proprietaria era di Bologna.

Ha visto mai Juscelino Kubitschek?

Sì, due volte: passava sopra di noi con l’elicottero e ci salutava con la mano. Dopo un anno mi sono messo in proprio.

Dopo soltanto un anno?

All’epoca un camion nuovo costava 1.600.000 cruzeiros,uno vecchio 1.900.000 (inclusi gli interessi sulle rate). Ne comprai uno e lo pagai in venti mesi.

Lavorai per la C.E.A.M.di Calisto Elio Adriano Massari; lavoravo a cottimo, notte e giorno. Dopo il primo camion, ne vennero altri: prima due, poi tre, quattro, ecc.

Arrivò un momento in cui fu difficile trovare autisti abili.

Come mai?

Gli autisti erano nordestini, baiani o pernambucani, non molto bravi né particolarmente responsabili alla guida, davano continuamente problemi: cappottavano,scontravano….

Perché?Cosa era cambiato rispetto al passato?

Erano cambiate le strade. Fintanto che erano i terra, si andava piano e tutto filava liscio.

Una volta asfaltate, i freni dei camion causavano problemi perché non erano buoni. Se si scaldavano col calore o con l’acqua, non funzionavano più. Al tempo i freni rotti venivano sostituiti con quelli dell’Alfa Romeo, per mancanza di soldi ed esperienza meccanica, ma questi non erano adatti ai camion…I freni Bendix sono arrivati solo nel 1973. Capii allora che era più convenienti smontare i pezzi dei camion e venderli anziché aggiustarli. Da allora anziché comprare per lavorare, comprai per rivendere.

Qual è il suo bilancio dopo tanti anni?

E’ positivo, anche sotto il profilo personale: mi sono sposato con un’italiana, ho tre figli e dieci nipoti.

(All’ombra di un sogno. Viaggio nell’emigrazione italiana e marchigiana in Brasile, Paola Cecchini, FactashEditora, Sao Paulo 2008)


Vincenzo Ciarrocchi

Sono originario di Folignano, in provincia di Ascoli Piceno, e da lì partii con lamia famiglia, nonni paterni inclusi. Era il 1952. La mamma era incinta di nove mesi, e mia sorella Italia Franca nacque quindi giorni dopo il nostro arrivo.Mia zia invece partorì sulla nave ma la sua bambina morì e fu seppellita in mare, come avviene in questi casi.

Inizia così la testimonianza di Vincenzo Ciarrocchi.

Ricorda il nome della nave?

Era la Giulio Cesar.

Quando arrivaste?

Il 27 luglio 1952. E’una data facile da ricordare per me: è il giorno in cui è nata mia moglie. Era proprio scritta nel mio destino!

Perché partì la sua famiglia?

Per mancanza di lavoro.

E perché scelse il Brasile?

Per la propaganda del governo brasiliano che pagava il viaggio.

Vi fermaste nell’Hospedaria di São Paolo?

No, perché ci aspettavano delle persone per andare a Cornélio Procópio dove avremmo raccolto il caffè.

Chi erano?

Non ricordo, ma i proprietari della fazenda erano marchigiani. Il padrone si chiamava Grandi, era originario di Ascoli Piceno. La piantagione si trovava a diversi chilometri dalla cittadina. Ricordo che la domenica andavo in città a vendere le arance con mio cugino, portando un sacco sulle spalle. Avevo cinque-sei anni.

Andavate a piedi?

Sì, certo, allora usava così.

Avevate sottoscritto un contratto di lavoro?

Nessun contratto, si lavorava sulla parola. Quando viveva in Italia, Grandi era stato amico della famiglia Ciarrocchi. Era venuto qua dopo la prima guerra mondiale.

Com’era la fazenda?

Aveva una superficie di circa ventimila ettari. Ci lavoravano ottocento contadini. So che ora la concimano dall’aereo.

Quando venivate pagati?

Ogni settimana. Poi avevamo la possibilità di piantare quello che volevamo tra un filare e l’altro(miglio, fagioli, frutta) e potevamo vendere la nostra produzione.

Quanto tempo restaste là?

Circa cinque anni. Da lì siamo andati a Jundiaì per lavorare nell’industria che allora cominciava a prosperare: papà divenne dipendente della Vigorelli (macchine da cucire), io a tredici anni iniziai a lavorare presso la Krupp (forgeria, bulloni per auto e camion). Lavoravo e studiavo. Facevo la scuola professionale, C.E.N.A.I.,finanziata dalle industrie.

Poi passai alla Chevrolet, che fa parte della General Motors. Ricordo che all’epoca si fabbricavano le Opala. Poi mi trasferii alla Willis, ma continuavano a studiare: a quel punto studiano disegno meccanico. Poi fu la volta della Volkswagen e lì sono rimasto fino alla pensione. Dopo sposato, mi sono iscritto all’Università, alla facoltà di Matematica e sono arrivato al dottorato. Ora insegno come volontario presso quella Facoltà. Mi piace troppo la matematica!

Che pensava la sua famiglia della nuova vita in un paese così lontano dalle Marche?

Gli uomini erano contenti, ma le donne non tanto. Mia madre, ad esempio, era triste e beveva per questo. Soffriva di nostalgia e depressione.

E’mai tornato in Italia?

Tornai per la prima volta dopo venticinque anni, con la mia famiglia. Quando arrivai, il cuore mi batté forte forte. Mi sarebbe piaciuto tornare, anzi, se non avessi qui la famiglia, lo farei.

( All’ombra di un sogno. Viaggio nell’emigrazione italiana e marchigiana in Brasile, Paola Cecchini, FactashEditora, Sao Paulo 2008.


ANTONIO OLMEDA

Antonio Olmeda, nato a Pesaro nel luglio 1930, è proprietario di uno dei più grandi e rinomati salumifici dello Stato di São Paolo.

Da dove nasce la sua decisione di venire in Brasile?

Venni ad aiutare mio fratello Claudio che già si trovava qua e da solo non riusciva a portare avanti il lavoro.

Perché?Che lavoro faceva?

Faceva il macellaio con mio zio Arturo. Il Brasile era di casa nella mia famiglia. Nel 1924 partì il mio primo zio, Romeo; nel ’26 mio padre, ma solo per un anno, o meglio, passò sei mesi in Brasile e sei in Argentina. Nel ’45 fu la volta di zio Arturo e nel ’47 di mio fratello Claudio. Sei anni più tardi arrivai io, col piroscafo Conte Biancamano. Il viaggio durò solo undici giorni, me lo ricordo bene.

La sua era una famiglia di macellai?

Sì. Mio nonno abitava a Villa San Martino e faceva il sensale di bestiame; comprava i cavalli in Ungheria. Mio padre aveva la macelleria nel centro di Pesaro, in via Giordano Bruno, vicino Piazza del Popolo, poi la trasferì in via Branca.

Proprio in pieno centro…

Sì. Il negozio era nel palazzo del maestro Mancini, dove ora c’è l’Ottica Molari. Mio padre fu il primo a fare la porchetta che inviava col treno alla Galleria di Milano.

Quindi la sua partenza non fece notizia..

Per mio padre no, ma mia madre non voleva proprio, pianse molto, poverina.

Non ritorni se vai, lo sento, non ti vedo più! – mi diceva.

Il lavoro rendeva molto in Brasile?

Eh, sì, si potevano fare molti soldi in Brasile! I miei avevano comprato un camion per il trasporto della carne dal mercato municipale ai loro negozi. Il camion ce l’avevano in pochissimi. Era una cosa eccezionale nel 1953-’54.

Ero venuto per restare due, tre anni, però nel frattempo la moneta era stata svalutata un miliardo di volte.

Quanto?

Nel 1954 morì GetúlioVargas e la moneta fu svalutata di tre zero. Per cui sono dovuto restare un po’di tempo, ma nel frattempo, come spesso succede, ho incontrato la ragazza che sarebbe diventata mia moglie, e nel ’57 mi sono sposato.

Continuò a lavorare nel settore…

Sì, ho un frigorifico dove si lavora la carne di maiale in tutti i modi. E’ molto grande, su quattro piani. Ogni mattina, tutti i giorni fino a venerdì, si lavorano centoventi maiali. Il sabato e la domenica si lavora la carne per il sottovuoto.

Il negozio è vicino alla fabbrica?

Il negozio di São Paolo sì. E’ aperto tutte le mattine dalle 6 alle 12, ed ogni pomeriggio dalle 14 alle 19. In tutto lo Stato, invece, i negozi sono dodici.

Anche lei lavora?

Io ci sono sempre,certo.

Quante persone lavorano per lei?

Sommando quelli che lavorano in fabbrica, nei dodici negozi, nei magazzini, e calcolando anche i venditori (69) che viaggiano per tutto lo Stato…sono circa quattrocento persone.

Quali sono i suoi marchi?

Pesarese 1959, in omaggio alla mia città, poi Buona Italia e Eder.

Il suo bilancio professionale è molto positivo. Ha mai pensato di tornare?

Tornare? Qualche voltami è passato per la testa ma solo per un attimo vivo in un paese bellissimo che potenzialmente è tra i più ricchi del mondo.

Qui ogni prodotto dà tre raccolti l’anno, una situazione unica, ma, ahimè, manca la sicurezza personale. Dovrebbe essere governato, io credo, valorizzando le sue immense ricchezze, ma sembra che la classe dirigente non se ne renda conto o non sia interessata a farlo. Ecco, questo è il nostro cruccio….

(All’ombra di un sogno. Viaggio nell’emigrazione italiana e marchigiana in Brasile, Paola Cecchini, FactashEditora, Sao Paulo 2008.


Giuseppe Bezzi

Nato a Tolentino nel 1938, Giuseppe Bezzi vive in Brasile da quasi cinquant'anni. E' uno dei fondatori dell'Associazione Marchigiani in Brasile e l'Ideatore di questo libro, per la cui realizzazione è impegnato da anni.

Ricorda quando partì?

Come no, era il 4 gennaio 1959. Partii da Genova con mia madre e mio fratello Giorgio.

Il nome della nave?

Anna Costa.

Che mi dice del viaggio?

Fu una crociera vera e propria perchè viaggiammo in prima classe. Mio padre Marco, laureato in chimica e farmacia, era arrivato il 15 ottobre dell'anno precedente con un aereo ad eliche, un DC7-C: ci raccontò poi che si era trattato di un'autentica avventura.

Suo padre lavorava qui in Brasile, quindi...

Lavorava a Terni come vice direttore di una fabbrica di movil appartenente alla Montecatini di Milano, quando fu contattato dai dirigenti della Società Matarazzo che aveva un ufficio di rappresentanza in città. La Matarazzo cercava un direttore non statunitense per la propria fabbrica di policloruro di vinile (la prima del settore in Brasile) di cui era socia al 50% con la Goodrich.

La sede principale era in Brasile?

No, era ad Akron nell'Ohio.

In Brasile non c'era nessuno che aveva competenza in materia?

Sembra proprio di no. Visto che i proprietari della Matarazzo erano italo-brasiliani, cercarono in Italia quello che volevano, e trovarono mio padre.

Che durata aveva il suo contratto?

Quattro anni ma poteva essere rinnovato.

Come immaginava il Brasile?

Pensavo ad un paese enorme, ad immense foreste, pensavo che avrei fatto una vita primitiva e selvaggia...Invece vivo a Sao Paulo, una delle città più grandi e caotiche del mondo intero.

Il primo impatto?

Fu a Rio de Janeiro, può immaginare. Un paesaggio unico, spettacolare. D'altronde ogni cosa era nuova per me: tutto era diverso e bello, al di fuori del solito tran tran che fino a quel momento avevo vissuto. Tutto era grande, le distanze si misuravano con altri metri di giudizio.

Com'era il Brasile quando arrivò? 

C'era un grande contrasto sociale: i ricchi, 20% della popolazione, possedevano l'80% dei beni. Poche strade statali e federali erano asfaltate e a doppia corsia; le vie delle città avevano il selciato ed erano strette. A Sao Paulo non c'era la metropolitana. L'industria automobilistica era agli arbori, mentre ora produce due milioni di auto l'anno. Il modo di vivere è cambiato: il Brasile è diventato un paese industriale, le differenze sociali sono diminuite, ci sono meno poveri e meno ricchi, ma ci sono più favelas di prima. A San Paolo la gente viene in cerca di lavoro e non sempre trova quello che vorrebbe. L'industria automobilistica tira tutto dietro di sè, però, in certe regioni dell'interno, dove l'industria non è ancora arrivata, non è cambiato nulla. 

Quanti anni aveva al suo arrivo?

Ventuno.

Tolentino, 10 ottobre 1958. Giuseppe Bezzi (primo seduto a sinistra) con la famiglia, nella casa della nonna paterna, in una foto ricordo scattata pochi giorni prima della partenza per il Brasile del padre Marco (ultimo in piedi a destra). Giuseppe, sua madre Gioconda (seduta, con gli occhiali) e suo fratello Giorgio (secondo in piedi da sinistra) hanno raggiunto Marco nel gennaio 1959.

In Italia aveva finito le scuole?

Aveva finito il liceo, e qui dovevo convalidare gli studi. Mi iscrissi al cursinho, che cominciai a frequentare per accedere all'Università.

Che differenza c'era tra il sistema scolastico italiano e quello brasiliano?

Più che la differenza sul sistema di studio, mi scontrai con una situazione che mi condizionò molto: tutti i ragazzi che studiavano con me, lavoravano.

Perchè le spese universitarie erano molto alte e le loro famiglie non potevano sostenerle?

No, non solo per questo. Lavoravano tutti per essere indipendenti, a prescindere dallo stato sociale ed economico di appartenenza. Tutti avevano i soldi in tasca ed io dovevo chiederli a mio padre. Iniziai così a lavorare anch'io: entrai alla Pirelli come cronometrista, e dopo quattro anni ne uscii come capo ufficio Tempi e metodi. Poi feci altri lavori fino a che non entrai nella Goodyear, dove rimasi 32 anni, fino alla pensione. Lì cominciai come cronoanalista e salii tutti i gradini pian piano, arrivando ad essere dirigente dell'Ufficio di Ingegneria Industriale, poi della Divisione Acquisti, Trasporti e Magazzini. Sempre nella Goodyear ho anche diretto gli uffici di Ingegneria Industriale a Santiago del Cile ed a Città del Messico: un'emigrazione nell'emigrazione, come dico talvolta.

La sua famiglia restò in Brasile?

No, i miei partirono dopo quattro anni, come previsto. Avrebbero potuto restare ma mio padre era particolarmente legato all'Italia e così in marzo del 1963 tornarono, portando anche il cane. Io rimasi per via di una bellezza italiana di origine lucana, Margherita. Ci sposammo il 7 settembre del 1963. Abbiamo avuto tre figli: Marco (laureato in ingegneria di produzione meccanica), Giancarlo (laureato in economia) e Lucia (laureata in psicologia); ed ora abbiamo anche due nuore: Valeria (laureata in pedagogia) e Christiane (laureata in legge); un genero, Joao (laureato in chimica), e cinque nipotini: Giuseppe (8 anni), Fabio (7 1/2), Enrico (6 1/2), Francesca (4 anni) e Giorgio ( 1 mese).

Torna spesso in Italia?

Si, spesso. La prima volta sono tornato nel 1962 e poi nel 1976, dopo quattordici anni. Il centro storico di Tolentino, il mio paese, non era cambiato, ma al di fuori di lì, tutto era diverso. Mi fece un certo effetto. In questi ultimi anni, anche a causa dell'Associazione Marchigiani in Brasile, che rappresento presso la Regione Marche come Consigliere per i Marchigiani all'Estero, torno almeno una volta all'anno.

Dopo tanti anni in Brasile, qual'è il suo bilancio?

Positivo, senz'altro. Ho trascorso gran parte della mia vita in Brasile, mi sento italiano, ma non per questo tornerei a vivere in Italia: ogni volta che ci vado, provo una strana sensazione: la trovo stretta sotto il profilo fisico e mentale. Mi sento come se fossi chiuso in una stanza. Mi sono accorto che in Italia il cielo è celeste, mentre  qui è azzurro e mi pare anche più alto e più vasto. Gli italiani non conoscono il Brasile che vanta alcune eccellenze rispetto all'Italia: la telefonia è più moderna; il 20% delle vetture cammina ad alcol; il sistema di voto è elettronico da anni...